Se non avete mai avuto voglia di perdervi, di partire e non tornare più, rapiti da una vita più lenta, più a misura d’uomo, beh…allora siete dei vincenti. Il frutto perfetto di questa società veloce e velocemente impazzita.

Ma se anche voi come il sottoscritto, adorate i tramonti che annegano in un mare celeste come il velo della madonna, se anche voi vi perdete nei voli dei gabbiani o delle rondini, se anche voi vi stendereste sotto un albero di ulivo ad ascoltare il silenzio della terra e i canti che il vento ha imparato nei secoli, allora cercateli nel Cilento.

Cercateli in quel tratto di costa che va da Marina di Camerata a Palinuro.

Chissà che non vedrete le cose con occhi diversi. Perché qui avviene una magia strana. Una magia che strega gli occhi e la mente e che ricorda molto le corse d’infanzia per vialetti polverosi e piazze lastricate di sampietrini, dove donne di nero vestite andavano alla messa o al mercato.

La magia dei Tempi Passati. La Magia dei Vecchi Odori.

La magia di Vivere.

Scendendo da Napoli in direzione Salerno, una volta lasciato l’inferno della Salerno-Reggio Calabria, il viaggiatore che smania dalla voglia di perdersi in una natura incontaminata e lussureggiante, non dovrà far altro che immettersi sulla Statale 18 e continuare verso una delle zone più caratteristiche della Campania, il Cilento.

Una volta abbandonata l’autostrada a Battipaglia, proseguendo verso Agropoli, già il paesaggio dimentica le cascate di cemento tipiche del capoluogo e inizia a mutare in una sorta di continuo caleidoscopio di colori che spaziano dal verde degli uliveti al rosso della terra brulla, dal celeste del mare al bruno delle colline. L’odore di salsedine che arriva dal mare, mischiato con il caldo aroma che sale dalla terra e dalle colline coltivate a ulivi, porta alla mente i giorni in cui su queste sponde sbarcavano i pirati saraceni e si davano a razzie e massacri fra i piccoli villaggi di pescatori del profondo sud della nostra penisola. Infatti è proprio nel Cilento che possiamo ritrovare le vestigia di quelle furono, nel medioevo, le uniche vedette di guardia che avvisavano i borghi dell’imminente pericolo. Solo nel tratto di costa che va da Palinuro a Marina Di Camerata, non si contano le torri diroccate che illuminavano le notti di quegli anni in cui la barbarie regnava sovrana.

Due paesi, Marina Di Camerata e Palinuro, che vivono come gemelli ma che gemelli non sono, anzì le diversità sono lampanti sin dal primo sguardo, quasi come fossero rimasugli dei loro albori, della leggenda in cui si narra della loro nascita. I loro nomi riportano ad un passato antico ma mai dimenticato. Il primo, oramai salito all’onore delle cronache per la sua movida estiva e per i fondali incontaminati, vero paradiso dei sommozzatori, prende il nome dal vecchio nocchiere di Enea che si gettò in questo tratto di mare per un amore finito male. In effetti, le storie arrivate fino a noi dai tempi della fuga dei Troiani narrano del vecchio Palinuro che si innamorò perdutamente di una giovane e bella fanciulla ma lei, non solo insensibile al sentimento del marinaio, ne scherniva anche la vecchiaia e la deformità. Fu così che lui, stroncato dall’età e da un amore sbeffeggiato, decise di togliersi la vita proprio nelle acque che da allora prendono il suo nome.

E chi era la donna che aveva stregato il cuore di Palinuro?

La bellissima, ma fredda e cattiva, Kammaraton che lo rifiutò sdegnata  causandone di riflesso  la morte e venendo punita dagli dei a restare su quelle antiche spiagge sotto forma di roccia, a guardare in eterno il suo spasimante trasformato in uno stupendo golfo azzurro..

La realtà storica è ben diversa.

Camerota venne sì fondata dai coloni greci ma ben più in là del mito virgiliano. Molto probabilmente i Focesi, popolazione di origine greca, fondarono quel borgo in una delle zone più pescose della Campania in forza del suo porto naturale, riparato e difendibile, e fu da quella base che partì la conquista del sud Italia e la fondazione delle colonie della Magna Grecia fra cui spiccano Velia e Paestum. Nell’arco dei secoli l’insediamento greco passò sotto tutti i domini che fecero del sud quel calderone multiculturale che è adesso. I romani prima, civili e progrediti fra i popoli italici, svilupparono strade di collegamento e poi, con la caduta del loro impero,  furono soppiantati dai Bizantini che innalzarono alcune chiese le cui vestigia sono ancora presenti nell’entroterra. Fu proprio con l’invasione bizantina, la “riconquista” dell’impero romano d’oriente, che quei territori furono sottratti alle orde barbariche che avevano seminato terrore e precipitati in un epoca di oscurantismo che cancellò definitivamente i rimasugli della pax romana. Nel periodo che va dalle invasioni barbariche alla conquista greco-bizantina, alcuni gruppi familiari, residenti troppo vicino alla costa, si spostarono nell’entroterra e fondarono piccoli centri abitati ancora esistenti e caratteristici quali Montano Antilia, Massicelle e Abatemarco e che ora, con la costruzione della nuova uscita della Statale 18 a Poderia, rischiano di ricadere nel dimenticatoio.

Un lembo di terra pieno di storia, quindi, baciato dalla bellezza della natura, di cui restano solo poche cronache che ne attestano la vita. Un lembo di terra in cui le leggende si mischiano ad altre leggende, dove la storia diventa un manto trasparente in cui tutto si confonde e tutto diventa velato, forse addirittura impreziosito dalle gemme dal mito.

Il mito di Ulisse, che su queste coste si perse e su questa spiaggia sbarcò per rifocillarsi e dove ancora oggi è ricordato con una manifestazione teatrale.

Il mito di Alarico che, una volta attuato il sacco di Roma, discese l’Italia per imbarcarsi e formare un regno visigoto in africa ma, ammalatosi probabilmente di malaria, fu seppellito in una zona non specificata fra il Cilento e Cosenza. Una decina di anni fa, alcuni pastori calabresi, vicino al letto del fiume Bussento che percorrevo da bambino, trovarono una pietra che testimoniava la presenza della tomba del conquistatore barbaro ma non furono mai dati gli avvii agli scavi archeologici.

E forse è meglio così.

Il Mito e la Storia hanno voci simili ma la voce del Mito, fratello gentile della severa Storia, è molto più affascinante.

Ed è così, fra storia e leggenda, che ritroviamo Marina di Camerata.

Il paesino si sviluppò in seguito all’allargamento dei confini abitati di Camerata Alta così come le frazioni di Licusati, che prende il nome da un non ben definito ceppo etnico, i Cusati; e il piccolo borgodi di Lentiscosa che trae invece il suo dalle piante di lentisco di cui è costellato..

Gia intorno al 1300 Marina Di Camerata contava diciassette nuclei familiari che facevano vita a se stante pur dipendendo dall’omonimo paese sulla montagna. Lo svilupparsi del piccolo centro di pescatori attirò però le attenzioni dei pirati saraceni che, in poco più di trent’anni razziarono il borgo per ben tre volte. Marina di Camerata risulta infatti, nelle cronache medievali, come uno dei paesi più colpiti dalle scorribande del famigerato pirata Dragut, e la sua ultima scorreria ridusse i nuclei familiari all’esiguo numero di appena sette. Immaginate il terrore che veniva dal mare, le urla fra le viuzze in terra battuta del paese, le grida delle donne, il sangue che scendeva a fiotti dagli usci sfasciati delle case di pietra grezza. Gli stupri, gli assassinii, i furti. Fu quest’ultima razzia il motivo principale che spinse alcune famiglie a ritornare nell’entroterra ma che, soprattutto, rese necessario la costruzione delle torri.

Giganti di pietra che osservano il mare in perenne veglia, ancora a cercare fra le onde le navi con la mezza luna. Ancora lì, sulle scogliere e sulle alture, ferme e indifferenti del tempo che passa.

Baluardi dimenticati.

La torre Dell’Isola, La torre dello Zancale e la Torre del Poggio sono solo alcune delle costruzioni che attestano la capacità organizzativa di questo popolo di pescatori rudi e orgogliosi, resistenti e scorbutici i cui eredi ancora camminano sugli acciottolati del paesino. Costruzioni massicce e cariche di fascino che, nonostante il loro valore storico e folcloristico, non sono sfuggite né all’ingiuria degli anni che ne hanno sbrecciato i merli, né alla stupidità umana che ne ha ricoperto le pareti di graffiti e scritte a pennarello. E’ la Torre Dell’Isola, in assoluto una delle più belle e meglio conservate, inserita su una scogliera che guarda verso l’isolotto roccioso da cui la torre prende il nome,  la costruzione medievale più colpita dai vandali.

Appena due anni fa è comparso sulla facciata sud della torre un gigantesco murales fatto a bomboletta in cui un imbecille dichiara il suo amore per una ragazza che avrebbe perciò di che vergognarsi.

Dimostrazione che, dove non ha potuto il vento che viene dal mare a sbrecciarne le mura, dove non ha lasciato che poche offese a quelle mura secolari il terremoto dell’80, dove non ha potuto la natura che insinua radici nelle fondamenta e dove non hanno potuto la barbarie gota e saracena e l’iconoclastia bizantina, dove non hanno colpito tutte queste cose ha colpito la piccolezza, la stupidità e l’ignoranza dell’uomo moderno.

Eppure la Torre Dell’Isola è ancora là. Indifferente agli amori consumati al suo interno da eccitati turisti, indifferente alle storie che l’hanno avuta come palcoscenico.

Mio padre ci portò una ragazza nel lontano 1972, la baciò davanti quel mare, fra il vento e la memoria di pietra dei merli consumati. Quella ragazza divenne sua moglie e insieme a lui, una decina di anni dopo quel bacio, si incamminò ridendo per la stradina di sabbia rossa che sale dal mare fin alle scale oramai crollate della torre e una volta arrivata lì scattò una foto a quell’uomo e a due bambini piccoli e magrolini.

Ora quella foto, che ritrae me e mia sorella al fianco di quell’uomo dal sorriso gentile è uno dei ricordi che più di tutti mi fa capire il senso delle cose importanti.

Ma la Torre ne è inconsapevole.

Lei è ancora lì, osserva distratta gli amori e le gioie di padri e figli, di mariti e mogli.

Lei è lì e veglia.

Veglia come ha sempre fatto.

Cristiano D'anna

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corrado caputi   |217.133.53.xxx |18-10-2009 11:26:23
Sono rimasto impressionato dall'amore che Lei porta dentro per queste terre e per questi fieri baluardi del passato e la contatto perche' un mio amico appassionato di opere da salvaguardare vorrebbe acquistare una torre nella zona da ritrutture e riportare all'antico splendore. Se Lei avesse notizia di una torre in vendita le chiedo di ricontattarmi tramite la e.mail su indicata. La ringrazio fin d'ora, Corrado Caputi
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