Napoli.
Si è detto tanto su questa città martoriata eppure spensierata, ferita ma vitale, offesa da se stessa e dagli altri eppure allegra.Si è lasciato che Napoli divenisse cartolina, poi barzelletta, poi neo sulla faccia della nazione, sempre in bilico fra l’essere Città e l’essere Deserto.

Eppure Napoli ha dato tanto all’Italia.
Per secoli e da secoli è la porta verso il Sud, serbatoio prima della forza-lavoro del neonato regno Savoia e della Repubblica poi, ora incubatrice di menti da esportare, ha dato i natali a personaggi di calibro nazionale (non ultimo il nostro attuale presidente della repubblica) e in campo prettamente artistico si contende il trono di fucina di artisti con Genova e Milano.
La scuola musicale napoletana, esulando dalla sua validissima tradizione, ha dato il lancio a stili diversi e germinali, due per tutti, la creatività di Pino Daniele che ha fuso il Blues con la musica partenopea, e quella deii Napoli Centrale di James Senese con il loro suono a cavallo fra il rock progressivo e la tradizione. La città della sirena è da sempre un riferimento per l’attenzione degli addetti ai lavori.Si può dire che in campo musicale Napoli sia una città viva e in continuo fermento.
Ed in effetti è dire cosa vera così come verità è affermare che Napoli fu, a cavallo fra ottocento e novecento, una delle città del regno in cui si sviluppò una forma di teatro dialettale che, partendo dalle Tarante e dalla Commedia Dell’Arte, seppe arrivare ad un teatro prettamente “napoletano” con la nascita della famosa “sceneggiata” e di quello che fu definito “il teatro colto di Napoli”, quel teatro che ha in Eduardo De Filippo il suo rappresentate più illustre.

Eduardo.
Un nome, solo un nome, eppure un immagine ben definita nella mente dei napoletani. Un nome, solo un nome, eppure un nome che è divenuto un aggettivo: Eduardiano, per definire un teatro che affonda le mani nelle quotidiane meschinità e piccole soddisfazioni del vivere di tutti i giorni e arriva in profondità, alle grandi Tragedie della Vita, nei Drammi che ci riserva il destino, a volte ineluttabile e a volte autoinflitto e che si affrontano con le lacrime ma anche con un sorriso e sempre con quel fare prettamente “partenopeo”, quella sorta di rassegnazione che vede nella frase “adda passà a nuttata” tutto il suo essere e la sua definizone.
Un nome che è divenuto aggettivo. Quale migliore augurio per un teatrante?
Un nome che, insieme a quelli di Totò e di Troisi, subito fa affiorare alla mente maschere comiche nella loro tragicità e tragiche nel loro sdrammatizzare un Fato tiranno.

Eduardo De Filippo è più di un Eroe Del Popolino, è il suo cantore, il suo cantastorie. Di più ancora, è il cantastorie del popolo a cui narra le storie del popolo stesso.
In Napoli Milionaria possiamo scorgere tutto l’orrore della guerra ma, soprattutto, l’incattivirsi della gente costretta a sopravvivere in mille modi diversi, la rassegnazione di un capofamiglia che non può rinunciare agli espedienti della moglie per far sopravvivere la famiglia per cui morirebbe, il suo sgomento quando, tornato dalla prigionia, scopre che le cose non sono più come quando era partito e che non torneranno mai più come prima. Alla fine del dramma, la frase “La guerra è finita” è solo un triste modo per dire che la guerra combattuta con le bombe è finita ma non quella dei poveracci, di chi ha perso ogni valore. Per loro, la guerra, è appena iniziata.

In “Filumena Maturano”, in assoluto uno dei suoi capolavori, la storia della paternità dei figli di Don Domenico è solo il pretesto che viene usato per gettare uno sguardo sulla meschinità di un uomo, oramai giunto al tramonto della sua giovinezza, sulla sua grettezza d’animo, sul valore che si può dare a un sentimento. E su come certe cose vanno ben aldilà dei soldi. E nella figura di Filomena si può leggere anche lì la figura tragica di una donna che, offesa dalla miseria, non dimentica che ci sono cose per cui il peccato è solo una parola davanti alle offese della vita.
Questi fantasmi” può sembrare a prima vista una delle sue commedie più comiche. In realtà penso sia una riflessione sull’amore, su ciò che tiene in vita l’amore e sul terrore di perderlo. Il protagonista crede che un fantasma benevolo vaghi in casa sua, in realtà è l’amante della moglie che lascia soldi e cibo. Alla fine del dramma si rivolge a questa presenza credendo che stia per andarsene e, terrorizzato dalla sua scomparsa e dalla scomparsa dei doni con cui tiene alto il tenore di vita della giovane moglie, chiede al fantasma-amante come deve fare per riconquistarla. Il monologo in cui Eduardo spiega al fantasma che l’amore, senza la possibilità economica di regalare qualcosa, fosse anche un umile paio di calze alla donna amata, alla fine diventa “pezzenteria”, diventa “rancore”, diventa “mortificazione” è uno dei passaggi più toccanti e veritieri di Questi fantasmi.

Quella smorfia di angoscia sul viso di Eduardo quando dice “…Se io la perdo…io nun ‘a posso perdere! Aiutami! AIUTAMI!” racchiude tutta la sofferenza di chi si trova sul baratro.
Insomma, Eduardo.
Potremmo andare avanti ancora per molto a illustrare il legame del nostro Vivere con le commedie di De Filippo ma non abbiamo tempo, dobbiamo scappare, dobbiamo produrre, dobbiamo correre. Il tempo per bere quella famosa tazzina di caffè, sul balcone, dalla caffettiera napoletana “che ci mette più tempo a far salire il caffè”, è scaduto da tempo.
O forse abbiamo dimenticato il Tempo come entità astratta per ritrovarci e ritrovare le nostre “voci di dentro”.
Fortuna che, spesso, possiamo ancora perderci e ritrovarci nella voce di Eduardo.
Una voce e un volto indimenticabili.
La voce delle nostre miserie e dei nostri affanni, il volto stravolto e scanzonato del nostro vivere Napoli come un Cancro e come una Benedizione.

Cristiano D’Anna.
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Biografia
Eduardo De Filippo nasce a Napoli, il 24 maggio 1900 e muore a Roma 31 ottobre 1984. Figlio d’arte poiché nasce dall’unione illegittima dall’attore Eduardo Scarpetta e Luisa De Filippo.
Luisa De Filippo era la nipote della moglie di Eduardo Scarpetta, Rosa De Filippo della quale si dice che abbia avuto un figlio (Domenico De Filippo) da una relazione con Vittorio Emanuele II.

Fratelli di Eduardo sono Peppino e Titina De Filippo anch’essi grandi attori.

Un uomo che ha dedicato la propria vita all’arte, scrittore ineguagliabile, attore di razza, egli ha sempre preso spunto dalla vita di tutti i giorni per scrivere le sue opere, e caratterizzava ogni personaggio osservando la gente . Con la sua intelligenza è riuscito a trattare i problemi del suo tempo e a denunciare i problemi del territorio in cui viveva senza risultare mai pesante ed incomprensibile al pubblico, dando contenuto e spettacolo ad ogni sua opera.

Iniziò fin da giovanissimo a calcare il palcoscenico, a soli 4 anni debutta come giapponesino nella rappresentazione "La geisha" scritta dal padre e poi continua come comparsa o in piccole parti.

La scoperta di essere figlio di padre ignoto insieme alle chiacchiere e alle malignità sulla sua famiglia, lo segnarono caratterialmente. Nel 1911 viene mandato in collegio per colpa del suo carattere, e per proseguire gli studi ma, approfitta delle vacanze estive per seguire la sua passione il Teatro.

Nel 1913 lascia il collegio e va lavorare nella compagnia del padre il quale lo costringe a ricopiare le commedie per gli attori, e lo continua a seguire negli studi. In quest’anni fa la conoscenza di Enrico Altieri, considerato il maggior attore drammatico e popolare napoletano e di Totò dal quale apprende i generi della machietta Napoletana e della farsa.

Nel 1920 viene richiamato al servizio di leva e in questo periodo che inizia la sua carriera di autore, scrive il suo primo atto unico “La farmacia di turno”. In quest’opera ci sono tutte le caratteristiche di base del teatro ottocentesco di cui il padre fù uno dei più grandi autori ed interpreti.

Nel 1922 finisce il servizio di leva e riprende a lavorare nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta, e nel 1924 la compagnia mette in scena una delle opere giovanili di Eduardo “Uomo e Galantuomo”, con il titolo originario di “Ho fatto un guaio? Riparerò”.

Nel 1931, insieme ai fratelli Peppino e Titina, forma la compagnia del "Teatro Umoristico - I De Filippo -", con la quale porta in scena l'atto unico di Eduardo "Natale in casa Cupiello".

Nel 1933 incontra Pirandello, dal quale apprende l'amore per l'indagine sottile e il bisogno di approfondire gli argomenti e poi di giustificarli con il ragionamento. Resta pero legato al suo modo di scrivere, distinguendo sempre i suoi personaggi con un filo di malinconia interiore che viene sconfitta dall’umorismo.

Dal 1934 incomincia il ciclo pirandelliano: la compagnia rappresenta in napoletano "Liolà" . Nel 1935 scrive "Uno coi capelli bianchi".Nel 1936 rappresenta "Il berretto a sonagli". Nel 1938 Titina abbandona la compagnia insieme al marito Pietro Carloni e nel 1940 scrive la commedia in tre atti "Non ti pago".

Nel 1942 con la nuova commedia "Io l'erede" debutta a Firenze. Nello stesso anno va in scena a Torino "La fortuna con l'effe maiuscola" commedia scritta insieme ad Armando Curcio. Nello stesso anno fa pace con la sorella Titina che torna in compagnia. Nel 1944 i De Filippo tornano a Napoli da dove mancavano dal 1941.

Nel 1945, scrive "Napoli milionaria" e nello stesso anno litiga con il fratello Peppino e crea la Compagnia di Eduardo. Nel 1946 debutta con "Questi fantasmi" e poi con "Filumena Marturano", che diventerà il cavallo di battaglia della sorella Titina. Nel 1947 debutta con "Le bugie con le gambe lunghe", nel 1948 "La grande magia" (1948), e "Le voci di dentro".

Nel 1951 scrive "La paura numero uno" e interpreta a Napoli "Miseria e nobiltà" del padre per celebrarne il centenario della nascita.

Nel 1954 inaugura il suo San Ferdinando con "Palummella zompa e vola" di Antonio Petito. Nel 1955 scrive la commedia "Bene mio e core mio". Nel 1956, pur continuando a dirigere la sua compagnia, ne fonda un'altra: "La Scarpettiana" per far rivivere sul palcoscenico del San Ferdinando il repertorio paterno, ne faranno parte tra gli altri Beniamino e Pupella Maggio. Nello stesso anno incomincia le sue messinscene televisive.

Nel1957 scrive "De Pretore Vincenzo". Nel 1958, viene rappresentata a Mosca, "Filumena Marturano".Nel 1959 rappresenta "Sabato, domenica e lunedì". Nel 1962, rappresenta "Il sindaco del rione Sanità". Nel 1964, scrive "L’arte della commedia". Nel 1966 va in scena "Il cilindro". Nel 1972 interpreta "Na santarella" del padre.. Riceve, all'Accademia dei Lincei, il "Premio Internazionale Feltrinelli".

Nel 1973 mette in scena "Gli esami non finiscono mai" e viene rappresentata a Londra "Sabato, domenica e lunedì", con la regia di Franco Zeffirelli. Nel 1977 All'Università di Birmingham riceve la laurea honoris causa. Nel 1980 e riceve la laurea honoris causa in lettere dall'Università di Roma.
Nel 1981 viene nominato Senatore a vita, e professore presso l’ università la Sapienza di Roma. Con la nomina a Senatore il mondo politico riconosceva l’impegno civile che aveva avuto negli anni della sua carriera. Possiamo senza dubbio dire che è stato uno dei più grandi esportatori della magia di Napoli e dei suoi cittadini facendo innamorare molte persone dei luoghi da lui descritti nelle sue opere.
Nel 1983 cura ancora tre regie "Bene mio e core mio", "Tre cazune fortunate" e "Nu turco napoletano" per la compagnia di Luca De Filippo. Traduce in napoletano antico "La tempesta" di Shakespeare. Nel 1984 partecipa al film-TV "Cuore" di Luigi Comencini interpretando il maestro Corsetti.

(foto: fonte wikipedia)
 

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