Gennaro, Gennari, San Gennaro, pensaci tu. Camminando per le strade di Napoli, o entrando nel duomo, non è difficile incontrare persone che chiedono questo, o quello al loro patrono. Il rapporto che i Napoletani hanno con il loro  Santo è una cosa speciale, particolare e tangibile, non sembra che parlino con un’ entità astratta o superiore.

A dimostrazione dell’importante ruolo rivestito dal santo nella cultura partenopea, basti ricordare le reazioni popolari a Napoli quando il Concilio Vaticano II (1962-1965) riconobbe San Gennaro come Santo minore e quindi destinato al culto locale. In quell’occasione, molti fedeli scrissero sui muri :<< San Genna Futtetenn >> (San Gennaro fregatene).

Per i Napoletani San Gennaro detto anche “Guappone” o “Santo Nuoto”, è un punto fermo della cultura partenopea, il rapporto del Santo con i cittadini lo si vede in maniera chiara nello sketch di Troisi e di Lello Arena, nella Smorfia, quando I due cercano di raccomandarsi il più possibile al Santo screditandosi fra di loro .

Il nome dal latino ‘Ianuarius’ originato da ‘Ianus’ (Giano) dio bifronte delle chiavi del cielo, era in genere attribuito ai bambini nati nel mese di gennaio “Ianuarius”, undicesimo mese dell’anno secondo il calendario romano, ma il primo dopo la riforma del II secolo d.C.
Sulla vita del santo ci sono diverse tesi, tutte culminano con la morte del santo nella solfatara di Pozzuoli per decapitazione.

La tesi più attendibile dice che Gennaro è nato a Napoli nella seconda metà del III secolo, e fu eletto vescovo di Benevento, dove svolse il suo apostolato, amato dalla comunità cristiana e rispettato anche dai pagani.

Un'altra tesi altrettanto diffusa vuole che San Gennaro sarebbe di origini Calabresi, nato nei pressi di Monte Poro, vicino al Comune dell’attuale Joppolo, e che rimasto orfano della madre, per aiutare il padre, faceva il guardiano di porci e di tanto in tanto scappava ad Aramonis, una contrada di Spilinga, dove c'era un eremita che gli insegnava a leggere e scrivere . Poi sparisce nel nulla. Ricompare come vescovo di Benevento intorno al 300 dopo Cristo.

Comunque sia la certezza è che Gennaro Vescovo di Benevento, intraprende un viaggio insieme a Desiderio ( lettore) e Festo (diacono) per far visita ai fedeli a Pozzuoli. Gli va incontro Sessio (diacono di miseno), che viene però arrestato per ordine del giudice anticristiano Dragonio . Gennaro saputo dell’arresto di Sossio, volle recarsi insieme ai suoi compagni Festo e Desiderio a per fargli visita.
Il giudice Dragonio ne approfitta per farli arrestare .

I quattro vengono condannati a morire per pubblico spettacolo, sbranati dalle bestie, nell’anfiteatro di Pozzuoli, ancora oggi esistente. Durante i preparativi Dragonio, si accorse che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e, prevedendo disordini durante i giochi, cambiò decisione e il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri nel Foro di Vulcano, presso la celebre Solfatara di Pozzuoli.

Seguendo i canoni di una tradizione molto diffusa all’epoca per i martiri, una donna di nome Eusebia raccolse il sangue e il corpo del Santo per poterli poi venerare come reliquie, mentre altri cristiani seppellirono il corpo del santo e dei martiri presso la solfatara di Pozzuoli.
Nel 431 D. C. le reliquie vengono trasportate nella catacombe di Capodimonte a Napoli, e in questa occasione Eusebia, consegnò al vescovo le due ampolline contenenti il sangue del martire.

Il culto per il santo vescovo si diffuse fortemente con il trascorrere del tempo. Le Spoglie non restarono sempre li furono trafugate durante l’assedio di Napoli da parte del principe di Benevento Sicone I. Da Benevento nell’anno 1154 furono trasportate, per ragioni di sicurezza nell’Abbazia di Montevergine, in provincia di Avellino. In questa abbazia i fedeli si recavano per venerare il culto della madonna chiamata la "Mamma Schiavona”, e del culto di san Gennaro si persero le tracce.

A Napoli intanto il culto cresceva sempre di più, grazie anche alla presenza del sangue e della testa del santo. In quegli anni dalla famiglia D’angio vennero fatti costruire il preziosissimo busto reliquiario, per contenere la testa e le due ampolle, e poi in seguito venne costruita la teca dove che tutt’oggi custodisce le ampolle con il sangue.
Intanto nel 1497 a Montevergine furono ritrovate le spoglie del santo sotto l’altare maggiore e furono riportate a Napoli.
Com’è noto il punto focale del culto di San Gennaro è il miracolo della misteriosa liquefazione del suo sangue, conservato nel duomo di Napoli.
Secondo una leggenda popolare il sangue di san Gennaro si è sciolto la prima volta quando si riunì con le spoglie nell’occasione del trasferimento alle catacombe di Capodimonte.
Invece la prima volta documentata dello scioglimento del sangue e nel 1939 ma, dal testo si deduce che il miracolo avveniva già da molto tempo.

Lo scioglimento del sangue avviene tre volte l’anno, nel primo sabato di maggio, il 19 settembre , ed il 16 dicembre. Il popolo riesce a vedere buoni auspici o cattivi presagi a seconda che il miracolo avvenga subito o impieghi del tempo. La chiesa non ha mai dichiarato che lo scioglimento del sangue sia un miracolo (anche perche studi del cicap dimostrano che l’evento è riproducibile in laboratorio con materiali già esistenti nel 400 . L’unica cosa sulla quale vi sono dei dubbi è quale sia l’effetto scatenante). Fatto sta che molti Papi sono andati a rendere omaggio al santo e alle sue reliquie.

Un'altra leggenda dice che la pietra marmorea sulla quale venne tagliata la testa del santo, è conservata dai cappucini di Napoli, e cambierebbe colore in corrispondenza con la liquefazione.
Non si può dire con certezza che questa sia davvero un miracolo, come non si può dire con assoluta certezza che non lo sia ma, per chi come me ha avuto la fortuna di seguire dal vivo uno di questi aventi, di vedere la gente raccolta in preghiera, di sentire e vedere con mano la fede, allora non vi è dubbio qualcosa di soprannaturale c’è. E se queste ampolline sono l’effetto scatenante che ben vengano, forse in questo mondo c’è bisogno di più ampolline e più napoletani veraci.

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